Colofone

Nota sulla forma dell'opera, sul codice che la regge, e su tutto ciò che il lettore può farne.

Troia è un sito statico: poche pagine HTML con i loro fogli di stile, due caratteri tipografici e un piccolo script per ingrandire le foto. Non c'è un database dietro, non c'è una piattaforma, non c'è profilazione dei lettori. Una volta caricata, l'opera funziona anche con il browser disconnesso dalla rete. Funziona — credibilmente — anche tra trent'anni, perché l'HTML del 2026 si leggerà ancora nel 2056. È una scelta editoriale prima che tecnica: ogni strato aggiuntivo è uno strato in più che può rompersi, e un'opera letteraria dovrebbe sopravvivere ai propri strumenti.

Il sorgente è leggibile direttamente dal browser (Cmd/Ctrl + U). Chi vuole può salvarlo, archiviarlo, modificarlo, redistribuirlo. È stato un piccolo gesto editoriale lasciarlo accessibile: il lettore curioso può aprire il manoscritto dietro al manoscritto e vedere come è cucito. Non c'è nulla di magico — solo HTML e CSS, alcune classi con nomi italiani, qualche commento di lavoro lasciato per disordine onesto.

L'opera è scritta in carattere Source Serif 4 di Frank Grießhammer per Adobe e Inter di Rasmus Andersson, entrambi liberi (SIL Open Font License) e serviti direttamente dal server dell'opera, non da servizi esterni che ne approfitterebbero per tracciare chi legge. Il primo è il carattere del corpo di lettura — quello dei dispacci, delle voci dal basso, dei monologhi. Il secondo serve l'interfaccia: i nomi degli account, le statistiche, le push notification. La grammatica tipografica dell'opera si regge su queste due voci, una letteraria e una social, in costante contrappunto.

Troia è pubblicata sotto licenza Creative Commons BY-NC-SA 4.0. Si può leggere, condividere, citare, archiviare, modificare. Si può tradurre. Si può usare in ambito educativo. Non si può vendere, e qualunque opera derivata deve essere ridistribuita con la stessa libertà.

L'unica misurazione attiva è la lettura dei registri del server — gli stessi che qualunque server web tiene da sempre, per ogni richiesta. Servono solo a sapere, in forma aggregata, quante persone arrivano e quali pagine leggono. Nessun cookie, nessun beacon, nessuna profilazione, nessun servizio di terze parti. I dati restano su un server che amministro personalmente. Non c'è modo, e non c'è intenzione, di sapere chi sei.

Per chi vuole sapere come è fatto il feed: ogni testata fittizia (Anatolia Wire, Achei Today, Egea Daily) ha un suo registro tipografico distinto, e i feed personali dei personaggi seguono una convenzione di handle in radice latina con suffisso geografico (@rexpriamus, @anon_phthia_007) pensata per restare invariata in tutte le traduzioni future. Il tempo del feed corre all'indietro tra eventi e in avanti dentro ciascun evento. Le voci dal basso — anonime, senza avatar, isolate nel flusso — sono il contrappunto al rumore delle testate ufficiali, e sono il cuore emotivo del pezzo. Tutte le immagini hanno un referto descrittivo nell'alt: se le immagini si perdono o vengono rimosse, il loro contenuto sopravvive nel codice come archivio testuale.

L'opera è stata scritta in poche settimane del 2026, dopo anni di gestazione silenziosa.


Le ventuno immagini che accompagnano i dispacci non sono fotografie. Sono state generate con DALL·E 3 di OpenAI, in uno stile che richiama il dagherrotipo: la prima tecnica fotografica della storia, quella dei ritratti immobili e argentei di quasi due secoli fa. In un'opera fatta di foto contese, rimosse, filtrate, attribuite alla testata sbagliata, nessuna di queste immagini documenta niente. È l'unica fotografia onesta possibile, di una guerra che non è mai avvenuta.


A Gaby, per non provare a capirmi.


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